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Buoni propositi… un anno dopo | TAG

Bonsoir, les filles!

Approfitto del nubifragio che si è abbattuto su Tokyo per rispondere al tag di Elena  di MercuryMakeup ( ❤ ). Ve lo presento subito nei dettagli. 🙂

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Sul blog di Cristina di Evoichenepensate (l’ideatrice) si legge:

“Si inizia l’anno nuovo parlando sempre dei buoni propositi ma non parliamo mai di quelli dell’anno appena finito, se siamo state coerenti e brave a mantenerli oppure se ci siamo perse per strada sperando di poterli tenere per l’anno prossimo. Quindi questo TAG parla di buoni propositi ma quelli del 2015!!! Ognuna di noi un anno fa avrà pensato ai nuovi propositi per il 2015 ma li avrà mantenuti?”.

Con a seguire le regole per partecipare:

  • Inserire la foto del TAG;
  • Citare l’ideatrice del TAG;
  • Citare anche chi vi ha taggati;
  • Nominare altri blog ed avvisarli della nomina.

Allora, inizio subito col dire che non sono una persona abituata a fare dei propositi per il nuovo anno. Alterno ormai da tempo stati d’animo di grande accidia e/o pigrizia ad altrettanti in cui sono una furia creativa e lavoratrice. Proprio per questo, non ha senso (almeno per me) compilare una lista particolareggiata di cose da fare. Con l’umore ballerino di cui sopra, preferisco limitare gli obiettivi, in maniera tale da potermi dedicare più produttivamente al loro raggiungimento.

Preciso che non sono una persona lunatica nelle relazioni interpersonali. Anzi, direi che sono fin troppo lineare e cristallina. Se mi stai simpatico, te lo dimostro, idem se mi stai antipatico. Non sono incline ai voltafaccia, né a rispondere bene o male nell’arco di trenta secondi senza un motivo particolare. La lunaticità riguardo semmai il mio approccio alla vita, in senso molto più generale.

Mi spiego meglio.

Terminati gli studi, senza dover più seguire i canali standard che mi avevano “ammaestrata” e “diretta” per più di vent’anni, ho perso un po’ di focus. In altre parole, ero meglio organizzata da bambina di quanto non lo sia adesso da trentenne.

Che cosa ti è successo? Vi starete chiedendo (oppure no 😀 ). In breve, rispondo, la vita. Ecco quello che è successo. Messo di lato il mondo dorato dello studio (faticoso e arduo, è innegabile, ma comunque zucchero rispetto a quello che verrà), con i genitori che ti mantengono, ci si scontra con la realtà vera, soprattutto lavorativa, che in Italia fa, in una parola, schifo.

L’entusiasmo degli inizi perde velocemente di smalto, perché tra prese in giro, raccomandati che spuntano come funghi, paghe miserrime e contratti “a progetto” fatti dalle aziende solo per lavarsi la faccia, beh… il minimo è che ti girino le scatole, seguite da un’apatia che ingrigisce l’esistenza.

La versione italiana di me stessa è così: un ammasso di rabbia che, frustrato, fa scintille e funebre, vede nero.

Per fortuna, ne esiste anche un’altra e mi dispiace che venga fuori solo quanto mi trovo e lavoro all’estero, lontana da quel Belpaese che pure adoro, ma è come un patrigno che atrofizza gli slanci e stringe alla gola, togliendoti l’ossigeno con la sua mancanza d’opportunità.

La situazione nel Basso Lazio, particolarmente in Ciociaria, è, sarò gentile, squallida. Gretta, clientelare, l’apoteosi del nulla e della chiacchiera fine a se stessa, dei prosciutti mangiati a sbafo e a tradimento. Il regresso che si sostituisce al progresso. Se conosci “qualcuno”, il problema non sussiste, in caso contrario e in assenza di meritocrazia (non ho ancora capito quanta esperienza o “pezzi di carta” si debbano esattamente avere se due lauree, due master, quattro lingue parlate alla perfezione e un dottorato generano come risposta sempre e solo: “Le faremo sapere”. E non mi riferisco certo a un posto al Ministero – non vale nemmeno la pena provare, se non per masochismo –, ma di fare la commessa in una panetteria), prega che i tuoi arrivino a 150 anni per campare della loro pensione, visto che tu, la tua, non la vedrai mai. Morirai ben prima dei 90 anni che la gioventù di cui fai parte dovrà compiere prima di avere tutti i requisiti necessari: età, contribuiti e sangue, se te ne resterà, dopo che lo Stato ti avrà svenato.

Un roseo futuro, come si suol dire.

Nel 2015 allora, visto che dal punto di vista lavorativo non potevo prefiggermi chissà quale obiettivo o raccontarmi chissà quale panzana (rimanere attivamente una precaria è già una “vittoria”), ho preferito smettere di rodermi il fegato e rivolgere l’attenzione su me stessa e la mia salute.

In che modo? Mettendomi a dieta.

La premessa è che sono sempre stata robusta da ragazzina e magra da adolescente, prima di trasformarmi nella donna yo-yo per antonomasia dai 20 ai 33 anni, con picchi di peso che sono oscillati dai 48 agli 83 chili. E per una che è alta 1,60 m capirete come entrambi fossero degli eccessi in negativo.

Ho purtroppo un metabolismo che mi porta ad assimilare anche l’aria che respiro (contrariamente a mio fratello che, complice anche l’altezza, può mangiare pietre a colazione, pranzo e cena, senza mettere su un etto, beato lui), per cui, nei periodi in cui stavo “attenta” (limitando principalmente il consumo di pane e pasta), perdevo peso senza fatica, mentre nei periodi in cui l’attenzione scemava (si può passare una vita intera a pesare un maledetto piatto di pasta o una non meno stupida fetta di pane?), recuperavo tutto (spesso con gli interessi) in un battibaleno.

Un saliscendi perenne insomma, al punto ormai che la prendevo come veniva, organizzando anche l’armadio in maniera tale da far invidia a un negozio d’abbigliamento, con capi che dalla 38 arrivavano, in crescendo, alla 50. Non aveva senso buttare o regalare niente, perché lo yo-yo si ripresentava puntualmente a distanza di mesi e di spendere soldi su soldi in vestiti messi due volte appena, non se ne parlava minimamente.

L’anno scorso però ero di umore eccellente (vedi la schizofrenia di cui sopra) e nel periodo in cui sono passata definitivamente all’ecobio (per le vicissitudini legate allo sfogo facciale di cui vi ho già parlato), ho iniziato sempre di più a far caso anche alle etichette dei prodotti mangerecci.

Prima di interessarmi a queste cose, facevo la spesa, mi viene ora da dire, con il paraocchi. Mai avevo notato (shame on me…), gli scaffali con i semi, oppure le alternative al latte vaccino. Conoscevo il latte di soia, OK, ma non l’avevo mai assaggiato, né mai avevo sentito nominare la quinoa o l’amaranto, per fare due esempi scemi.

Nemmeno dell’esistenza dell’olio di palma sapevo (capo cosparso di cenere). Proprio come con i cosmetici, chi si era mai fermata a leggere la lista degli ingredienti? Ovviamente che il cibo confezionato fosse “robaccia” piena di conservanti si sapeva, ma fino a che punto lo fosse, era tutto un altro discorso. Uno si “fidava” e “affidava” ai marchi che si professavano “salutisti”, credendo che i loro prodotti fossero realizzati con ingredienti ineccepibili. Nulla di più falso, ma il senno di poi è sempre più assennato dell’ignoranza che lo precede, per cui vince facile.

Mi dispiace parecchio che i prodotti biologici siano ancora una specie di novità nei supermercati. A causa della disinformazione, la loro domanda è piuttosto bassa con conseguenti prezzi di fascia medio-alta.

Dovendo fare la dieta da sola, e motivata dalla voglia di imparare e sperimentare, non mi sono lasciata scoraggiare né dalla scarsa reperibilità di alcuni alimenti (da NaturaSì, per dire, acquisto online perché il negozio più “vicino” è a Latina e non esiste che mi faccia 100 km in macchina per comprare un cartone di latte d’avena), né dal costo (sfamare tutta una famiglia con il cibo biologico richiede uno stipendio a parte, che non tutti hanno), avventurandomi anche nei discount che, fino ad allora, non avevo mai considerato come sostituti di Conad, Sigma e Carrefour. Ovviamente non perché ritenessi qualitativamente scadenti i loro prodotti, piuttosto, perché non era abitudine far spesa lì.

Morale della favola che da gennaio a maggio, ho perso 15 chili, senza fare salti mortali, bensì sostituendo determinati alimenti con le loro controparti più salutari:

  • Farine raffinate (arrivederci) | farine integrali varie + farine prodotte con cereali diversi dal grano (benvenute);
  • Latte vaccino (bye bye) | latte vegetale di vari tipi ( ❤ );
  • Zucchero bianco (addio) | zucchero di canna, miele e stevia (come to mama, darlings);
  • Sale marino (vade retro) | sale rosa dell’Himalaya, sale nero di Cipro, sale integrale, fior di sale (rulers of my heart);

Incrementando poi il consumo di cibi ricchi di nutrienti:

  • Legumi (come se piovesse);
  • Semi (di ogni genere);
  • Litri di tè verde, bianco e nero (in quantità industriale);
  • Tisane (in tutte le salse, con quella al finocchio a dominare la scena);
  • Verdura e frutta (dell’orto della matri, quando possibile);
  • Pesce (azzurro, viva gli omega 3);
  • Frutta secca (adoro);
  • Tacchino (l’unica carne bianca che riesco a mandar giù. Pollo e coniglio li odio);
  • Zero salumi (o quasi);
  • Due litri di acqua al giorno (bevuti categoricamente);
  • No bibite gassate (di cui non sono mai stata una grande fan a prescindere dalla dieta);
  • Olio EVO o di riso per condire e cucinare (no burro e olio di palma nei biscotti o snack confezionati).

Facendo più attività fisica del solito:

  • Lunghe passeggiate (i sentieri di campagna da me non mancano);
  • Nuoto (mi rilassa e libera la mente, vasca dopo vasca).

Credo insomma sia chiaro il tipo di piano alimentare che ho improntato, ovviamente non da sola. Come riferimento avevo la dieta scritta su misura per me da una specialista qualche anno fa.

Con le sostituzioni di cui sopra, il mio fisico ha reagito benissimo. Sembrava come risvegliato da un lungo letargo. L’unica eccezione è stata la prima settimana, caratterizzata da emicranie da urlo per via del taglio improvviso sul saccarosio. Non ce ne rendiamo conto, ma siamo praticamente d-r-o-g-a-t-i. Lo zucchero è veramente dappertutto e il cold turkey è l’approccio senza dubbio più duro. Tolto il dente, comunque tolto anche il dolore e lo show è andato avanti.

Mi sentivo piena di energie, con una voglia assurda di muovermi, proprio io, Miss Faccio-tra-un-mese-quello-che-posso-fare-oggi (che si alterna, con “coerenza” tutta sua, a Miss Mi-ammazzo-oggi-a-fare-tutto-quello-che-potrei-fare-senza-alcuna-fretta), vedendo sin da subito dei risultanti molto incoraggianti. Tre chili al mese non saranno una perdita di peso da copertina di Viver Sani e Belli, ma la lentezza e la gradualità del processo sono stati la vera chiave di volta perché da giugno a oggi, non ho rimesso un solo etto, anche se sono tornata a mangiare “normalmente” o quasi.

Perché ho interrotto (rallentato) la dieta? Ero al 100% soddisfatta del risultato?

#1. A fine maggio, come di consueto, è iniziata la trafila delle comunioni, cresime e matrimoni, ed essendo stata invitata a pranzi e rinfreschi, ho rifatto subito la bocca alle porcate. Alla “buona” cucina, insomma.

Dalle mie parti non abbiamo un cavolo di niente di cui essere veramente fieri, se non il cibo. Casereccio e gustoso. Si tratterebbe di fettuccine, gnocchi, salsicce, minestre, fritti, crostate… da mattina e sera se uno non avesse la decenza di contenersi.

In contemporanea a questi eventi sociali, sono iniziati i lavori nel mio appartamento (coibentaggio muri a scopo isolante e pittura conseguente), il che mi ha obbligato a trasferirmi per qualche mese dai miei.

Fin qui tutto bene, se non fosse che mia madre è una massaia da paura = addio intenti salutisti. Da me era molto più facile resistere alle tentazioni. Molte cose in casa non circolavano proprio più, per cui era impossibile mangiare la Nutella dal barattolo invisibile nella mia bella credenza biologica.

#2. Soddisfatta al 65% direi, essendo questa la proporzione dei chili fin qui persi. Devo scenderne altri 10 per raggiungere il mio peso forma.

Riprenderò la dieta?

#3. Assolutamente sì. Quei 55 chili voglio raggiungerli non soltanto per una questione estetica, di cui mi interessa relativamente. Ho la fortuna di essermi sempre piaciuta, piccolo-grande dettaglio grazie al quale non ho mai avuto un rapporto veramente conflittuale con la mia immagine o il cibo.

L’obiettivo vero, per me, è imparare a mangiare in maniera sana e farlo tutte le volte che è possibile, senza cedere alle scappatoie dell’ultim’ora o ai pasti pre-cotti da microonde, la cena facile con pane e salumi o pizza surgelata.

Il discorso si estende all’adozione di uno stile di vita naturalmente organico, che non risulti estraneo, né venga associato continuamente al concetto di privazione.

Una dieta “camuffata” insomma, nell’ambito della quale sia possibile concedersi degli strappi, senza per questo riprendere subito peso e lasciarsi deprimere e scoraggiare da questo.

È una strada in salita – chi di voi lotta o ha lottato con la bilancia lo sa bene quanto me – ma personalmente, da quando ho cambiato l’approccio da “mi metto a dieta” a “faccio la spesa in modo più consapevole”, anche la prospettiva è mutata drasticamente.

Non ho proprio più l’ansia da: “Stasera pesce bollito e carote per contorno. Voi invece? Timballo al forno e fettine panate, ho capito… mortacci vostri buon appetito allora”. Con i semi e varie tecniche di cottura che esaltano il sapore dei cibi, anziché renderli scialbi alla vista e poco appetibili al palato, anche un pasto o una merenda apparentemente senza pretese possono diventare sfiziosi. Provare per credere.

 

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(Insalata di mandorle, rucola, pompelmo e quinoa condita con un’emulsione a base di olio EVO, pepe nero, miele e aceto di mele)

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(Salted caramel smoothie con latte di riso, sale rosa dell’Himalaya, tamarindo, cannella e vaniglia)

J. mi sostiene 24/7 in questo percorso (ci conosciamo da tredici anni, stiamo insieme da sette, e mi ha visto in tutti gli stadi dello yo-yo senza che abbia battuto mai ciglio o mostrato meno interesse per me quando ero grassa o più attenzioni nei miei confronti quando ero magra e “figa”) ed idem la mia famiglia che dal chiedere “che roba è quella?”, è passata ad assaggiare “i piatti alla Daniela”. Se mai aprirò un ristorante biologico, ne riempirò il menù da cima a fondo. 😀

Certo, mio fratello propenderà sempre per la lasagna di mammà, ma non storce più il naso davanti al riso Venere con i gamberetti o i muffin al cioccolato senza uova che gli sbatto sotto il muso quando viene a trovarmi. E son soddisfazioni anche queste.

Li sto educando un po’ tutti all’acquisto meno casuale di prodotti sia cosmetici in senso lato che alimentari e mi fa stare bene, non so come spiegare, che dopo l’iniziale predicare nel deserto di Sordolandia, provincia di Sonnifero (l’anagramma di Frosinone, mi chiedo quanto casuale ciò sia davvero…), il messaggio venga pian piano recepito.

Mio padre (genitore con cui mi accapiglio su tutto, litigo dieci volte al giorno e a cui sono legata da un rapporto d’amore e odio difficilmente traducibile in parole), che tornato dal supermercato, si lamenta dell’assenza di biscotti privi di olio di palma non ha prezzo. Un momento assolutamente impagabile. La marca Di Leo, per assurdo, me l’ha fatta conoscere lui dopo aver saccheggiato Orizzonte. Pare che ultimamente si sia appassionato anche al riso integrale. Da gran fettuccinaro qual è, che fa del non darmi ragione il suo sport preferito, direi che anche questo è stato un bel risultato.

Qual è il mio proposito per il 2016?

Riprendere, non appena tornati dal Giappone, la dieta del 2015. Archiviate le feste, lo spirito c’è di nuovo tutto, la passione per il biologico non fa che crescere, per cui devo soltanto ri-settarmi e riempire il carrello di prodotti a modo. Sono curiosa, a questo proposito, di vedere che cosa caverò fuori dai supermercati USA. Sono definiti fast food nation non a caso. Il tasso di obesità (grave) in quella fetta di mondo è veramente scioccante (io passavo tranquillamente per una silfide anche quando pesavo 80 chili, fate un po’ voi) e le operazioni di chirurgia bariatrica tra le più praticate. Anche il tasso di mortalità per obesità è il più alto al mondo. Dati che fanno veramente riflettere e fungono da monito a prendersi meglio cura di sé, ogni giorno. Dedicare più tempo a noi stessi, anziché farci schiacciare da quanto ci circonda.

L’altro mio proposito del 2015 era proprio questo: diventare un po’ più “egoista”. Pensare a me così come penso agli altri o comunque, abbastanza da poter dire che sono io a gestire la mia vita e non la mia vita a gestire me.

Credo di esserci riuscita. Forse mi sono anche un po’ incattivita durante il processo. Ho meno pazienza con le persone. Sto meno appresso alle cause perse. Sono diventata più cinica e realista, ma credo sia un bene. Riesco finalmente a fare opera di selezione senza sensi di colpa, a restringere il cerchio delle amicizie a quelle che contano davvero, a stabilire delle priorità vere e degli obiettivi perseguibili.

Penso che il punto sia che mi sono stancata di sprecare energie inutilmente, farmi in quattro per persone che non dicono nemmeno grazie, fare degli straordinari al(lo) (pseudo)lavoro che non verranno mai retribuiti. Non se ne parla proprio più. Non sono mai stata un tipo che porge l’altra guancia, nemmeno da “sognatrice”, figuratevi adesso quanto malleabile possa esser diventata. Se gli altri hanno bisogno di me, che lo chiedano apertamente e che mi convincano davvero delle loro ragioni prima che mi adoperi per loro, se dei “pidocchi rifatti” (= morti di fame arricchitisi di punto in bianco che se la tirano manco fossero gli eredi di Murdoch) vogliono che lavori più del dovuto, che mi paghino. È semplice, semplicissimo.

Delusioni con gli amici, la famiglia, in ambito lavorativo… quando reiterate, sfociano nell’egoismo di cui sopra che alla fine forse, così tanto “egoista” poi non è.

Io credo che si chiami più giustamente: “volersi bene”.

-Dani ❄️💋⛄️

PS: Evito di taggare delle persone in particolare per non escludere nessuna di voi. Siete tutte invitate a partecipare, se l’argomento vi ispira e avete voglia di parlare di voi in maniera diversa rispetto a quanto viene fuori dalle recensioni dei prodotti o gli haul. ❤

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